Lo studio di Harvard sull’importanza della relazione per lo sviluppo

Un “ambiente relazionale” è cruciale per lo sviluppo dell’architettura del cervello del bambino su cui poggiano le basi per le capacità successive quali il rendimento accademico, la salute mentale e le abilità sociali. Ciononostante, sono in molti a non considerare l’importanza della relazione adulto-bambino per il benessere infantile.

 

Questo articolo del National Scientific Council on the Developing Child spiega come queste relazioni modellino lo sviluppo del bambino e identifica le modalità per rafforzare quelle strategie che hanno un impatto positivo sulla prima infanzia.

 

Cosa dice la ricerca evidence-base sullo sviluppo del bambino

L’importanza dell’interazione reciproca bambino-genitore

L’interazione reciproca, “a due vie”, tra neonato e genitore – in cui il bambino spontaneamente richiede l’interazione attraverso la vocalizzazione, il movimento delle manine e le espressioni facciali e a cui il genitore risponde con lo stesso tipo di vocalizzazioni e gesti – costruisce e rafforza l’architettura del cervello e crea una relazione in cui il bambino fa nuove esperienze e acquisisce nuove abilità.

L’importanza delle emozioni e della modulazione affettiva

Il calore e il supporto che l’adulto offre al bambino permettono lo sviluppo di importanti capacità nei bambini, incluse le competenze sociali più elaborate, la riduzione dei comportamenti problema e il potenziamento delle capacità di pensiero e ragionamento in età scolastica.

Le differenze individuali negli stili di interazione con i pari

I bambini hanno stili di interazione con i pari diversi tra loro: alcuni sono gregari, altri sono troppo timidi per potersi coinvolgere (nonostante lo vogliano invece), alcuni hanno bisogno di tempo di “riscaldamento” e altri ancora non sono interessati alla socialità. Tutte queste variazioni rientrano nella variabilità tipica ed è essenziale distinguere tra le cause potenziali, sia biologiche che ambientali, per cui un bambino può mostrare limitazioni e difficoltà nell’interazione con gli altri.

L’inserimento a scuola alla luce dello sviluppo socio-emozionale

Quando si pensa all’ambiente relazionale di un marino, l’idea di “esser in età” per la scuola non riguarda più soltanto l’accesso alla letto-scrittura e alla matematica. Dve necessariamente includere la valutazione della capacità di creare e mantenere relazioni positive con gli insegnanti, i pari e il profilo di sviluppo socio-emozionale del bambino alla luce delle capacità di cooperazione con l’altro.

L’importanza di seguire gli interessi spontanei e la motivazione interna del bambino

I progetti educativi precoci quindi devono indirizzarsi a coinvolgere i bambini in interazioni reciproche di apprendimento con insegnanti e pari basate sugli interessi spontanei del bambino e sulla sua motivazione interna spontanea, piuttosto che su un lavoro pre-accademico  basato su programmi dettati dall’adulto.

In conclusione, detto in parole semplici, i bambini imparano al meglio con modalità interattive e realazionali piuttosto che con modelli educativi focalizzati su istruzioni da seguire.

 

National Scientific Council on the Developing Child (2004). Young Children Develop in an Environment of Relationships: Working Paper No. 1. Retrieved from www.developingchild.harvard.edu.

Leggi lo studio originale qui.

Vi parlo di mio Nonno… e del mio autismo

Giada Barzaghi, ragazza 13enne con autismo e autrice del libro

“Miaooo! La mia vita a quattro… ops… due zampe. Autobiografia di una ragazza autistica ad alto funzionamento”

ci apre una finestra sul suo mondo: la scuola, l’insegnante di sostegno, la famiglia.

In questo video, ci parla del rapporto stretto con suo Nonno per aiutarci a conoscere, capire e non aver paura.

I fattori associati ad un buon coinvolgimento genitoriale nell’intervento DIRFloortime per i bambini con autismo

Autori:

Praphatthanakunwong, N., Kiatrungrit, K., Hongsanguansri, S., & Nopmaneejumruslers, K. (2018)

Traduzione italiana per DIRimè Italia: dott.ssa Giulia Campatelli, ICDL DIR204 DIR Expert provider & training leader

Puoi leggere l’articolo originale qui

Abstract

Introduzione

Il modello DIRFloortime è una delle terapie molto note per i disturbi dello spettro autistico il cui principio di fondo è la promozione dello sviluppo olistico dell’individuo e delle relazioni con i propri caregivers. Il coinvolgimento genitoriale nella terapia è un elemento essenziale e caratteristico del trattamento DIRFloortime e include diversi fattori. Identificare questi fattori e minimizzare gli elementi di ostacolo al coinvolgimento genitoriale sono obiettivi fondamentali affinché i bambini con autismo possano ricevere appieno i benefici del trattamento.

Scopo dello studio

Esaminare la correlazione tra fattori legati ai genitori, ai bambini e ai terapisti dei servizi che modulano la qualità del coinvolgimento genitoriale nell’intervento DIRFloortime.

Metodi

Il presente è uno studio cross-sectional sui genitori di bambini con autismo di età compresa dai 2 ai 12 anni.  I dati sono stati raccolti attraverso questionari per genitori e terapisti, attraverso il Patient Health Questionaire-9, il Clinical Global Impressions-Severity e la scala CARS (Childhood Autism Rating Scale). La qualità del coinvolgimento genitoriale nell’applicazione dell’intervento DIRFloortime è stata analizzata nel setting domiciliare. Infine, sono stati somministrati il Clinical Global Impressions-Improvement e le scale FEAS per la valutazione delle capacità Funzionali Emozionali dello sviluppo (FEDCs).

Risultati

Lo studio evidenzia le variabili che mediano la possibilità del genitore di coinvolgersi appieno nella terapia DIRFloortime: i genitori che si coinvolgono maggiormente tendono ad essere sposati, a basso reddito e ad avere maggiore conoscenza del modello DIRFloortime. Anche il grado di severità della diagnosi e la continuità del trattamento sono elementi correlati positivamente con un maggiore coinvolgimento genitoriale. Lo studio evidenzia, infine, come l’applicazione delle tecniche DIRFloortime per più di 1 ora al giorno, o il coinvolgimento genitoriale di alta qualità, correlano significativamente con i miglioramenti maggiori nello sviluppo del bambino.

Conclusioni

I fattori associati a genitori, a terapisti, bambini  e servizi mostrano correlazioni significative sul grado di coinvolgimento genitoriale nel trattamento DIRFloortime: in particolare, i bambini i cui genitori hanno un coinvolgimento maggiore nell’intervento mostrano miglioramenti evolutivi maggiori.

“E’ UNO SPETTRO” non significa ciò che pensi. Quanto c’è di sbagliato nel pensare l’autismo.

 

 

 

 

Autore: C.L. Lynch

Traduzione in italiano a cura della dott.ssa Giulia Campatelli

Articolo originale consultabile qui

4 Maggio 2019

 

 

“Mio figlio è all’estremità grave dello spettro autistico.”

“Siamo tutti un po’ autistici – è uno spettro.”

“Non sono autistico ma sono decisamente nello spettro.”

Se solo le persone sapessero cosa sia lo spettro in realtà, si accorgerebbero di parlare di autismo in modo del tutto sbagliato.

Utilizzeremo lo spettro visibile come esempio.

Come vedete, le varie parti dello spettro sono evidentemente diverse una dall’altra. Il blu appare molto diverso dal rosso ma entrambi sono nello spettro della luce visibile.  Il rosso non è “più blu” del blu; il rosso non è “più nello spettro” del blu. Quando le persone discutono sui colori, non si soffermano su dove le tonalità si posizionino nello spettro. Non dicono “le mie pareti sono nell’estremità alta dello spettro” o “mi stanno meglio i colori che sono nell’estremità bassa dello spettro”.

Ma quando si parla di autismo, ecco che spunta l’idea di “gradualità” e non più di spettro.

Le persone credono che si possa essere “un po’ autistici” o “estremamente autistici” nello stesso modo in cui una pennellata di rosso può essere tenue o vivida.

Ecco come le persone credono che sia lo spettro autistico.

L’autismo è un insieme di sintomi definiti che collettivamente peggiorano spostandosi verso l’estremità “alta” dello spettro.  Infatti, una delle caratteristiche distintive dell’autismo è ciò che il DSM-V chiama il “profilo disomogeneo delle abilità”. C’è una ragione per cui si dice “se hai conosciuto una persona con autismo, hai conosciuto UNA persona con autismo”. Ogni autistico mostra tratti differenti.

L’autismo non è una condizione univoca. È piuttosto un insieme di condizioni neurologiche associate così strettamente da rendere quasi impossibile separarne una dall’altra e gli esperti hanno smesso di tentare.

Lo spettro autistico appare molto più così:

Le persone autistiche mostrano sintomi variabili in molte o tutte le categorie riportate nell’immagine sopra – un arcobaleno di tratti.

Se vuoi approfondire soltanto una o due categorie, non si tratta di autismo ma di altro. Ad esempio:

  • se mostri SOLTANTO difficoltà di comunicazione, puoi ricevere diagnosi di disturbo della comunicazione.
  • Se mostri SOLTANTO difficoltà di movimento o controllo posturale, puoi presentare disprassia o disturbo evolutivo della coordinazione.
  • Se mostri SOLTANTO difficotà di processazione sensoriale, puoi presentarne il disturbo relativo.

Ma se presenti tutte le difficoltà citate o più, allora si parla di autismo.

Ora puoi renderti conto di quanto sia ridicolo sentir dire: “siamo tutti un po’ autistici” solo perché a molte persone non piacciono le luci fluorescenti o perché si sentono a disagio nelle situazioni sociali. È come dire: “sei vestito un po’ come un arcobaleno” quando sei vestito soltanto di rosso.

Mostrare difficoltà di processazione sensoriale di per sé non ti rende autistico. Gli autistici, in quanto cugini neurodivergenti, potranno comprendere la tua fatica ma niente di più. Perché le persone siano considerate autistiche, occorre che mostrino difficoltà in molteplici categorie sintomatiche dello spettro. La diagnosi dipende dall’evidenza osservabile dei tratti sintomatici di tutto lo spettro. Alcuni elementi comuni sono meno ovvi e non richiedono una diagnosi ma sono riferiti dalle persone autistiche quasi universalmente.

Ogni persona autistica mostra difficoltà maggiori in una o più categorie al punto da mostrare una disabilità conseguente in qualche misura. Ma il colore predominante della palette può essere per ognuno diverso. Ecco alcuni esempi che come l’autismo puòmanifestarsi in persone diverse:

Persona Uno

Persona Due

Persona Tre

Come puoi vedere, tutti e tre questi ipotetici autistici mostrano i segni classici dell’autismo e continuano, nonostante tutto, a sembrare molto diversi uno dall’altro.

Qual è il “più” autistico?

La Persona Uno probabilmente verrebbe descritta come Asperger o ad “alto funzionamento”anche se le difficoltà nelle funzioni esecutive spesso riscontrate potrebbero renderle difficile riuscire a vivere e lavorare in modo indipendente.

La Persona Due è spesso descritta come “gravemente autistica”alla luce dell’incapacità di parlare verbalmente e della scarsa esibizione di consapevolezza su ciò che avviene attorno a lei. Ciononostante, abbiamo molti esempi di autistici non verbali che ci insegnano quanto in realtà siano consapevoli socialmente e capiscano la pragmatica della comunicazione piuttosto bene. Se l’unica cosa in grado di fermare la Persona Due dall’essere spiritosa, sociale e vivace è un problema di controllo motorio, ciò la rende quindi “più” autistica della Persona Uno?

La Persona Tre potrebbe essere indipendente in età adulta se supporta con stimoli e accorgimenti specifici per farla sentire a proprio agio e in grado di apprendere. Ma nell’infanzia potrebbe essere rallentata da genitori e insegnanti che la forzano a star seduta, ferma e in silenzio, per apprendere in modi più convenzionali, con il risultato di un aumento degli episodi di autolesionismo.

Tutte tre queste persone sono in qualche modo disabili.

Le persone che riescono a parlare ad alta voce e mostrare un buon controllo del proprio sistema motorio sono spesso chiamate “ad alto funzionamento” anche se comunque autistiche e alle prese con la difficoltà di trovare un lavoro, avere relazioni e gestire le funzioni esecutive.

Il mio dottore recentemente ha fatto riferimento al mio autismo come “lieve”. Ho gentilmente fatto notare la relazione del mio psicologo che affermava quanto la mia disfunzione nelle funzioni esecutive sia al di sopra del 99° percentile. “Significa che io sono menofunzionale del 99% delle altre persone. Le sembra ancora lieve?”. Ma dato che riesco a parlare e guardare le persone negli occhi, il mio autismo sembra lieve. Il mio autismo ha un impatto lieve sulle persone intorno a me ma ha un impatto grave su di me.

Non c’è dubbio che le persone che soffrono di gravi limitazioni neuromotorie siano estremamente disabili e io non voglio assolutamente paragonare la mia situazione alla loro. Infatti, chiedo espressamente agli altri di smettere di paragonarmi. È un’inesattezza assumere che loro abbiano quello che ho io, soltanto peggiore. È questa l’assunzione che disumanizza le persone e fa sì che vengano trattate come esseri senza pensiero, senza emozioni e senza consapevolezza. Questo è ciò che le fa sbattere la testa al muro con disperazione. Se davvero avessero quello che ho io, ma peggiore, allora sarebbero autistici e non funzionali: avrebbero scarsissime capacità interpersonali e consapevolezza sociale e limitatissime capacità di processazione delle informazioni. Ma è del tutto falso.

Non solo la mia mente è completamente presente e comprende, io so legge fluentemente. Penso a freddure, battute e commenti. Nessuno lo sa. Così, mi hanno sempre parlato come se avessi sempre due anni, senza offrirmi un’educazione seria e rendendomi annoiata e triste.

Non fatelo.

Non date per scontato che una persona autistica sia così tanto autistica da non ascoltarvi e non capirvi. Non pensate che non sappia leggere solo perché non è in grado di andare in bagno da sola. Non pensate che io nonsia disabile solo perché guardo degli occhi e converso con voi del più e del meno.

Abbiamo un profilo disomogeneo di abilità.

 

Temple Grandin, autistica e verbale, professoressa associata della Colorado State University e autrice.

Temple Grandin non riesce a leggere le persone, pensa in modo visivo e necessita di supporto 1:1 per le attività quotidiane. Io sono l’opposto: comprendo bene le persone, penso verbalmente ma necessito di supporto 1:1.

Ido Kedar, autistico non verbale, autore.

Ido Kedar non ha una versione di autismo più grave di quella di Temple Grandin o della mia. Il suo insieme di capacità è semplicemente diverso.

 

 

Le mie difficoltà neuromotorie sono limitate al bruciarmi mentre cucino o inciampare e cadere mentre cammino. Le difficoltà neuromotorie di Ido Kedar, invece, lo portano a trovarsi a uscire camminando da una stanza senza volerlo. Ma le mie abilità pragmatiche verbali probabilmente non legano neanche le scarpe a quelle di Ido Kedar.

Significa quindi che non abbiamo nulla in comune? No. In base a cosa scrive, penso che in realtà ci siano molti aspetti in comune tra noi. Come autistici, sappiamo entrambi come ci si sente abbandonandosi all’autostimolazione o cosa significa dimenticarsi di guardare qualcuno negli occhi o, ancora, cosa si prova nell’aver bisogno del prompt per iniziare un compito. Entrambi siamo nello spettro, in un modo o nell’altro. Ma a parte questo, le nostre situazioni sono diverse e abbiamo bisogni differenti.

Le persone come Ido Kedar necessitano di terapia occupazionale e forse di fisioterapia per aver maggior controllo sui movimenti del proprio corpo. Hanno bisogno di aiuto attraverso il tablet o le lavagne in modo da riuscire finalmente a esprimere i propri pensieri e emozioni. Invece, vengono spesso infantilizzati, istituzionalizzati o trascorrono anni forzati a lavorare sull’ABC quando apprezzerebbero molto di più mettere le mani su un testo scientifico.

Io, d’altro canto, sono sempre stata considerata intelligente e, invece, fatico nel far riconoscere le mie difficoltà. Ciò di cui ho bisogno è di qualcuno che mi supporti (cucinando, pulendo, organizzando) per riprendermi quando i compiti diventano per me più grandi e complessi da processare. Ido Keader si batte per l’indipendenza e io mi batto per dipendere da qualcuno.

Il sistema fallisce con entrambi, in modi diversi.

Quindi, per favore smettete di dar per scontato che un tipo di autismo sia “più autistico” di altri.

Il rosso non è “più nello spettro” del verde o del blu. Le mele non sono “più frutta” delle arance. Non è così che funziona.

La visibilità dei tratti autistici non predice necessariamente cosa una persona possa o non possa fare o il supporto di cui ha più bisogno.

Io non dovrei sapere processare il linguaggio, secondo alcuni. Non dovrei esser capace nemmeno di pensare. Bene, andate a sentire la nona sinfonia di Beethoven, immaginate di scriverla da sordi e provate ad essere più umili verso le capacità ancora poco conosciute del cervello.

Non assumete che un autistico non verbale che non reagisce alla vostra presenza nella stanza sia inconsapevole della conversazione. Non date per scontato che qualcuno non sia realmente autistico solo perché riesce ad avere contatto oculare e conversare sul più e il meno. Non assumete che un autistico loquace e fluente verbalmente sia una persona per forza capace di processare cosa gli avete appena detto. Non date per scontato nulla su una persona autistica.

Per 70 anni (almeno), le persone hanno fatto ipotesi sugli autistici basandosi sul loro comportamento. Persino i criteri diagnostici per l’autismo sono basati su cosa è facilmente osservabile dall’esterno. L’idea è che più stranamente ci comportiamo, più dobbiamo essere autistici.

Vi chiediamo di smettere.  Chiedete a noi cosa sappiamo o non sappiamo fare. Anche se non vi sembra evidente la nostra comprensione.

 

C.L. Lynch è autrice, autistica e vive a Vancouver con suo marito, due figli e molti animali domestici.

DIRimè Italia mission

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Difesa Sensoriale (parte 2): la difesa vestibolare

Autore: dott.ssa Erika Certosino

Revisione per DIRimè Italia: dott.ssa Giulia Campatelli

2 agosto 2017

DIRimè Italia ringrazia la collaborazione con Centro Evoluzione Bambino per l’articolo ad accesso gratuito. 

La Difesa Vestibolare 

Il sistema vestibolare viene considerato il principale responsabile dell’organizzazione delle informazioni provenienti dai nostri sensi (Ayres, 1972, 1978, 1979). Esso coordina i movimenti del corpo e degli occhi in risposta alle richieste dell’ambiente; è responsabile della consapevolezza della posizione del corpo nello spazio, fornisce un campo visivo stabile e contribuisce alla sicurezza fisica ed emotiva. Secondo la Dott.ssa Jean Ayres, la nostra relazione con la gravità è più importante per il nostro benessere di quanto non lo sia il rapporto con nostra madre (1979), intendendo che il rapporto con la gravità è la nostra prima fonte di sicurezza. 

La Difesa Vestibolare rappresenta un Disturbo di Modulazione Sensoriale che coinvolge il sistema vestibolare e che si manifesta con un iper-reattività allo stimolo vestibolare.

In condizioni normali, il sistema nervoso processa le sensazioni vestibolari allo scopo di generare una risposta adattiva, inibendo gli impulsi che non sono “utili”. Nei bambini con difesa vestibolare, questa modulazione dell’attività vestibolare risulta deficitaria facendoli reagire in modo eccessivo a molte attività che implicano il movimento o il cambiamento di posizione della testa.

Solitamente il bambino con risposte vestibolari iper-reattive ha un nistagmo post-rotatorio di durata maggiore (il nistagmo post-rotatorio consiste in rapidi movimenti dell’occhio prodotti dalle contrazioni riflesse dei muscoli oculari attivate dalla stimolazione vestibolare del movimento rotatorio, ad es. quando il bambino viene fatto  girare su se stesso). Questa alterazione tuttavia non costituisce la regola, poiché talvolta questi bambini possono avere una durata del nistagmo media o persino breve. Ciò è dovuto al fatto che il sistema vestibolare, “cuore dell’integrazione sensoriale”, presenta numerose interconnessioni e funzioni differenti, per cui alcuni bambini potranno mostrare alcune funzioni iper-reattive, altre ipo-reattive e altre ancora tipiche, manifestando profili sensoriali cosiddetti “misti”.

Possiamo distinguere due forme di difesa vestibolare:

  • Insicurezza Gravitazionale
  • Avversione o Intolleranza al movimento

L’Insicurezza gravitazionale 

L’Insicurezza Gravitazionale è caratterizzata da una reazione emotiva eccessiva o paura sproporzionata rispetto al reale pericolo derivante dallo stimolo vestibolare, scatenata da esperienze di movimento quotidiane lente o veloci, soprattutto quelle che implicano cambiamenti della posizione della testa. Studi clinici riportano che, nell’insicurezza gravitazionale, piccoli movimenti vengono percepiti come se fossero più grandi di quanto non siano in realtà. I bambini con questo disturbo tendono ad evitare attività che implicano nuove posizioni del corpo o della testa, soprattutto quando i piedi non possono toccare il suolo.

Fisher (1991) ha ipotizzato che l’origine di questo disturbo sia riconducibile ad una scarsa modulazione dell’input proveniente dagli organi otolitici (situati nell’orecchio interno), che sono responsabili della percezione della gravità e dei movimenti lineari nello spazio. Inoltre, ha suggerito che l’insicurezza gravitazionale sia correlata ad un’incapacità di risolvere conflitti sensoriali e ad un inadeguato sviluppo dello schema corporeo. Poiché i bambini con questo disturbo di modulazione sensoriale sembrano mal giudicare la quantità di movimenti della testa che stanno compiendo, l’insicurezza gravitazionale potrebbe esser considerata un problema di discriminazione all’interno di questo sistema. Ayres (1979) suggeriva, inoltre, una scarsa processazione propriocettiva, partendo dal presupposto che la propriocezione  ha un’azione modulante sugli input vestibolari.

La paura causata dall’insicurezza gravitazionale è profonda, irrazionale, e può influire sullo sviluppo emotivo e del comportamento. Apparentemente, semplici compiti come entrare o uscire da un’auto o scendere dal cordolo di un marciapiede, rappresentano momenti d’ansia per soggetti con insicurezza gravitazionale. La loro riluttanza a muoversi non è volontaria e nessuna rassicurazione o promessa di ricompense cambierà le cose.

Gli indicatori di insicurezza gravitazionale 

L’insicurezza gravitazionale in un bambino può presentarsi con diverse manifestazioni:

  • Paura delle altezze
  • Paura o disagio a seguito di cambiamenti di posizione della testa, specialmente quando viene messo a testa in giù; per lo stesso motivo evita di fare le capriole o di rotolare
  • Evitamento di scale o ascensori: ci mette molto tempo a salire o scendere  e si appoggia saldamente al corrimano
  • Ansia quando i piedi non toccano il suolo: il bambino si sente molto più sicuro quando entrambi i piedi poggiano fermamente al suolo, ad es. hanno paura di saltare, infatti alcuni di questi bambini saltano “senza staccare i piedi da terra”
  • Timore a sdraiarsi a meno che non stiano già per terra o su un letto. Hanno paura di sdraiarsi, al contrario, su un tavolo (ad es. il lettino del medico)
  • Timore di perdere l’equilibrio e cadere: infatti hanno paura di camminare sul cordolo del marciapiede, si muovono lentamente e con attenzione e possono rifiutarsi di partecipare ad attività grosso-motorie
  • Paura al parco giochi soprattutto nei confronti di scivoli, altalene, giostre o  giochi in cui devono arrampicarsi
  • Paura di cavalcare animali
  • Paura nel camminare su superfici irregolari, come pendii in discesa o in salita o strade dissestate o sterrate
  • Scarsa discriminazione visiva nell’ambiente. Alcune delle loro difficoltà a interagire con oggetti che si muovono verso di loro (ad es. una palla), possono essere legate a un problema di convergenza oculare
  • Talvolta mancanza di equilibrio nel camminare

La costante spinta della gravità”, scontata per la maggior parte di noi, costituisce invece una minaccia per un bambino con insicurezza gravitazionale. Anche il più lieve movimento può produrre la sensazione come di essere lanciati nello spazio e questo è il motivo per cui il bambino sente di non avere il controllo del proprio corpo e del movimento e per cui richiede un supporto fisico continuo da parte del genitore o del terapista. L’insicurezza gravitazionale influenza tutti gli aspetti della vita di una persona; si tratta, infatti, di bambini molto ansiosi, che frequentemente hanno problemi psicologici che purtroppo possono essere scambiati e trattati come un disturbo della personalità o di tipo comportamentale, invece che come un disturbo neurologico. Questi bambini vivono in uno stato di infelicità che tende ad aumentare quando sono con altri, sia adulti che coetanei, che non rispettano i loro bisogni incitandoli a comportarsi come gli altri bambini. Come conseguenza, spesso tendono ad assumere un atteggiamento manipolatorio nei confronti dell’ambiente e delle persone che attorno, risultando così poco collaborativi. Si tratta spesso di un meccanismo difensivo volto a evitare o ridurre lo stress. Naturalmente la gravità del disturbo varia da bambino a bambino ma, in ogni caso, attività di integrazione sensoriale basate sulla stimolazione vestibolare, opportunamente calibrate sul profilo evolutivo individuale del bambino e gradatamente somministrate(dondolarsi, arrampicarsi, scivolare, roteare, saltare) in un contesto terapeutico, vengono utilizzate per migliorare la riluttanza e la paura del bambino verso alcuni tipi di movimento, in modo che il suo sistema nervoso possa “imparare” a processare le informazioni vestibolari in modo più efficiente.

L’Avversione o intolleranza al movimento 

L’Intolleranza al movimento è un altro disturbo della modulazione basato su una scarsa processazione vestibolare che si ipotizza sia dovuto ad un’inefficiente modulazione degli input provenienti dai canali semicircolari dell’orecchio interno (Fisher & Bundy, 1989). Fisher nel 1991 ipotizzò che risposte avverse al movimento possano risultare anche da un’incapacità a risolvere conflitti sensoriali tra input visivi, vestibolari e propriocettivi.

L’intolleranza al movimento si manifesta con vertigini, nausea o vomito, pallore, sudorazione, in risposta a movimenti rapidi o di tipo rotatorio, che producono un’accelerazione di tipo angolare (che stimola i canali semicircolari) tollerati invece dalla maggior parte degli individui. Questi bambini non si sentono minacciati dal movimento (come nell’insicurezza gravitazionale) bensì avvertono malessere, talvolta anche importante. Tendono a manifestare molto più frequentemente rispetto ai coetanei sintomi cinetosici, come ad es. mal d’auto, e facilmente presentano nausea quando fanno giochi di movimento come ad. es. andare sulla giostra.

L’intolleranza al movimento può non manifestarsi durante o subito dopo un’attività. Ci sono persone in cui i sintomi possono comparire anche diverse ore dopo.

Frequentemente in questi bambini è possibile osservare un nistagmo post-rotatorio di lunga durata ma questo reperto non è costantemente e necessariamente presente.

 

I deficit della modulazione vestibolare interferiscono con numerosi aspetti della vita quotidiana. Quando i bambini sono ipersensibili agli stimoli vestibolari, generalmente evitano molti tipi di movimento. Temendo di muoversi nello spazio, i bambini piccoli si impegneranno meno in attività grosso-motorie,  esploreranno meno l’ambiente che li circonda, con minori opportunità per sviluppare l’integrazione sensoriale. Ciò si ripercuoterà, naturalmente, sul raggiungimento delle principali tappe dello sviluppo.

Le conseguenze sull’apprendimento 

I bambini con un disturbo della modulazione sensoriale possono avere diverse difficoltà in ambito scolastico. Il sistema vestibolare risponde ai movimenti nello spazio e ai cambiamenti di posizione della testa, automaticamente coordina anche i movimenti oculari con i movimenti della testa e del resto del corpo. Di conseguenza, un sistema vestibolare che funzioni correttamente è fondamentale affinchè uno studente possa guardare la lavagna e copiare su un foglio mantenendo costantemente il focus visivo. E’ inoltre importante per seguire le parole sulla pagina, processando le informazioni lette, evitando anche la scrittura delle lettere al contrario.

Se un bambino presenta un problema di difesa vestibolare, ad es. insicurezza gravitazionale, può avere difficoltà a mantenere una buona postura al banco e questo comporta un notevole dispendio di energie per il suo sistema nervoso, per i muscoli e le articolazioni. Se il sistema vestibolare non funziona in maniera adeguata, le energie del bambino verranno perse principalmente nel tentativo di mantenere l’equilibrio e la coordinazione. Di conseguenza, il bambino non avrà energie disponibili per le funzioni superiori dell’apprendimento, come il problem solving, linguaggio espressivo e ricettivo, pensiero critico, ragionamento, memoria a breve e lungo-termine. Senza la sicurezza gravitazionale, un sistema vestibolare efficiente e abilità di pianificazione motoria, il bambino è così distratto nel mantenere il suo corpo e il suo cervello regolati, che non può avere un buon rendimento in classe.

Per questi bambini, i compiti assegnati dall’insegnante possono risultare troppo difficili; inoltre possono evitare determinate attività perché in imbarazzo apparendo così ostinati e poco collaborativi. Invece,  sono spesso bambini che necessitano di grande supporto e comprensione  a causa degli effetti significativi di questo disturbo sullo sviluppo e sull’autostima. 

Il disturbo di modulazione sensoriale è, dunque, complesso e multiforme. Quando un input sensoriale non è modulato nel modo atteso, il comportamento che ne risulta non produce una risposta adattiva e, quindi, un’interazione ambientale adeguata. La scarsa modulazione ha conseguenze sia a livello del sistema nervoso (ad es. influenza l’attenzione, l’arousal e la modulazione di altri input), sia a livello dell’ambiente esterno perché determina comportamenti che non  rispondono alle richieste ambientali o alle aspettative. Da qui la necessità di una diagnosi precoce e di un intervento mirato.

 

 

La Difesa Sensoriale (parte 1): la difesa tattile

Autore: dott.ssa Erika Certosino

Revisione per DIRimè Italia: dott.ssa Giulia Campatelli

7 settembre 2017

DIRimè Italia ringrazia la collaborazione con Centro Evoluzione Bambino per l’articolo ad accesso gratuito. 

La Difesa Sensoriale 

La Difesa Sensoriale è un Disturbo della Modulazione Sensoriale che si manifesta con una “fight or flight” reaction (una reazione di “lotta o fuga”) a stimoli che la maggior parte delle persone non percepiscono come negativi o nocivi. I bambini con difesa sensoriale rispondono esageratamente a input sensoriali e reagiscono manifestando emozioni e comportamenti negativi. Questi bambini possono presentare un’inefficiente processazione di stimoli uditivi, olfattivi, visivi, vestibolari e tattili.

La Difesa Sensoriale è indicativa di una bassa soglia neurologica, per cui basta poco al cervello per rispondere alle informazioni sensoriali. Si ritiene che essa sia frequentemente associata ad una scarsa processazione a livello del sistema limbico o della formazione reticolare. Se il cervello non riesce quindi a inibire gli input  provenienti dai vari sistemi sensoriali, questi stimoli procureranno disagio al bambino e causeranno reazioni dirompenti.

In che modo la difesa sensoriale influenza il bambino? 

La Difesa Sensoriale impatta il funzionamento del bambino a casa, scuola e in tutte le circostanze sociali. Bambini con questa condizione possono evitare, allontanarsi o anche reagire aggressivamente di fronte a stimoli che percepiscono come negativi. Questi modelli di comportamento possono limitare le opportunità di esplorare l’ambiente, interagire con i coetanei o comunicare i loro bisogni agli altri.

Esempi di Difesa Sensoriale sono:

Difesa uditiva: reazioni di paura scatenate dal rumore, come ad es. coprirsi le orecchie in presenza di rumori forti (aspirafoglie, treno, aspirapolvere, ecc.)
Difesa visiva: ipersensibilità alla luce o evitamento della fissazione dello sguardo
Difesa olfattiva: disagio nei confronti di alcuni odori che ad altri non procurano fastidio
Difesa vestibolare:  comprende l’Avversione al Movimento e l’ Insicurezza gravitazionale (vedi l’articolo sulla Difesa Vestibolare)
Difesa tattile: caratterizzata da ipersensibilità nei confronti stimoli tattili

La Difesa Tattile 

Il sistema tattile riceve e trasmette le informazioni provenienti dai recettori sensoriali situati nella nostra pelle. E’ attraverso il sistema tattile che riceviamo informazioni sul mondo che ci circonda quando lasciamo l’ambiente uterino. L’abilità di processare le informazioni tattili ci permette di sentirci sicuri e di formare legami con coloro che amiamo; contribuisce quindi al nostro sviluppo sociale ed emotivo.

Un ruolo importante del nostro sistema tattile è quello di svolgere una funzione protettiva che ci allerta quando qualcosa è spiacevole o pericoloso. Per alcuni bambini, questa funzione non viene svolta in modo tipico: possono infatti percepire la maggior parte delle sensazioni tattili  come spiacevoli o minacciose e reagire con una risposta di “lotta o fuga”, retaggio ancestrale dell’evoluzione del cervello umano, necessario per sopravvivere in natura. Migliaia di anni di civilizzazione non hanno cambiato le strutture nervose di base evolute in milioni di anni; tuttavia, l’evoluzione del cervello umano ha determinato la comparsa di meccanismi che  inibiscono la reazione di aggressività o di fuga, favorendo invece altri processi.

Cos’è la Difesa Tattile? 

Il termine Difesa Tattile si riferisce a un pattern di risposte comportamentali ed emotive che sono avverse, negative e sproporzionate ad alcuni tipi di stimoli tattili percepiti invece in modo neutro dalla maggior parte delle persone (Royeen& Lane, 1991). I bambini affetti possono reagire piagnucolando, attaccando (fight) o scappando (flight) (Trott, 1993). Questo disturbo è stato identificato dalla dott.ssa Jean Ayres intorno al 1960.

Il disordine neurologico che causa la difesa tattile nel bambino non necessariamente influisce sull’apprendimento. Ad interferire sono spesso, invece, il disagio e le reazioni comportamentali causate da questo disturbo; spesso infatti il bambino è emotivamente insicuro (Ayres, 1979).

Possibili cause della difesa tattile 

Nel corso degli anni sono state proposte diverse teorie per spiegare questo disturbo di  modulazione sensoriale: tutte hanno alla base un’alterazione dei meccanismi di inibizione che si esplicano a vari livelli nelle nostre funzioni cerebrali. L’input non solo non è modulato in modo appropriato ma fallisce anche nel generare una risposta comportamentale adattiva. Infatti la Difesa Tattile è un problema in gran parte a causa dei comportamenti inappropriati  cui si accompagna. Tra le varie teorie:

  • Ayres (1964) propose che la Difesa Tattile fosse il risultato di uno squilibrio tra due sistemi somato-sensoriali (il sistema protettivo e il  sistema discriminativo) che si verificherebbe a causa della mancanza di una sufficiente inibizione, per cui il sistema protettivo predominerebbe sul sistema discriminativo. Ayres ipotizzò anche che l’ansia fosse sia una causa che l’effetto di questa mancata inibizione
  • Larson (1982) suggerì uno squilibrio nei meccanismi discendenti dalle aree cerebrali superiori che determinerebbe troppa o troppo poca inibizione
  • Fisher e Dunn (1983) ipotizzarono che la mancata inibizione fosse dovuta a un’inadeguata modulazione degli input tattili da parte delle strutture superiori del sistema nervoso centrale. Per questo, sostenevano un intervento terapeutico mirato a ridurre l’arousal (lo stato di attivazione e reattività del sistema nervoso) che includesse lo stimolo tattile pressorio profondo, la propriocezione e la stimolazione vestibolare lineare

Le manifestazioni comportamentali di difesa tattile 

I bambini con Difesa Tattile sono solitamente iperattivi e distraibili, rispondono esageratamente a stimoli tattili a cui la maggior parte delle persone non darebbe importanza, o dai quali non sarebbe comunque infastidita. Tuttavia, possono essere coinvolti in alcune attività tattili se esse sono sotto il loro controllo. Le caratteristiche che si riscontrano più frequentemente sono le seguenti:

Reazioni di eccitamento alla stimolazione tattile 

  • Evitamento di alcuni tipi di tessuti (ad es. ruvidi), o vestiti (a causa delle etichette interne ad es.) o al contrario, preferenza per altri( ad es. materiali soffici o maglie con le maniche lunghe)
  • Evitamento del contatto con altri bambini, ad es. preferiscono stare alla fine della fila così da non essere toccati
  • Evitamento nei confronti di diversi cibi poichè il bambino può essere sensibile alla loro struttura in bocca
  • Evitamento di interazioni che implicano il contatto, incluso quello con il viso (ad es. allontana il viso dall’asciugamano… la pelle del viso è ricca di recettori tattili)
  • Evitamento di attività di gioco che implicano il contatto corporeo, spesso infatti mostrano la tendenza a preferire i giochi solitari
  • Evitamento del camminare a piedi nudi, specialmente sulla sabbia o sull’erba (questo può manifestarsi anche con la “camminata in punta di piedi”)
  • Evitamento di ambienti troppo affollati, preferendo stare sotto il tavolo, dietro il divano o sotto le scale

Le risposte aggressive a stimoli tattili non dolorosi 

  • Disagio quando vengono presi in braccio, abbracciati o cullati, ad es. cercano di divincolarsi
  • Avversione nei confronti di alcuni compiti quotidiani, ad es. fare la doccia o il bagno, farsi tagliare le unghie o i capelli o farsi lavare il viso (il sistema tattile della testa e del viso è anatomicamente differente da quello del resto del corpo e la difesa tattile della testa è solitamente più intensa di quella del resto del corpo)
  • Avversione nei confronti di attività come il cambio del pannolino o dei vestiti, la pulizia del naso o del viso
  • Avversione nei confronti delle cure dentarie o del lavaggio dei denti
  • Grosso disagio nell’ essere avvicinati alle spalle
  • Avversione nei confronti di alcuni materiali, quali colori a dita, sabbia, pasta modellabile ecc..

Le risposte emotive atipiche alla stimolazione tattile 

  • Risposte aggressive al tocco leggero a livello di braccia, viso o gambe (perchè gli stimoli sensoriali dovuti a un tocco veloce e leggero tendono a sollecitare il sistema nervoso più delle sensazioni che provengono da una pressione ferma e decisa)
  • Stress e ansia scatenati dalla vicinanza fisica ad altre persone, ad es. durante l’assemblea o durante l’ora della mensa ecc…
  • Rifiuto di partecipare ad alcune attività sociali, come andare ad una festa o al supermercato
  • Rifiuto, allontanamento o reazioni negative al contatto che si verifica nel contesto di una relazione intima. Spesso preferiscono toccare piuttosto che essere toccati

Le strategie per aiutare un bambino con difesa tattile 

Le terapie che mirano a ridurre la difesa tattile tentano gradualmente di elicitare reazioni meno intense e più positive alla stimolazione tattile. L’obiettivo è quello di correggere il modo in cui il sistema nervoso registra e interpreta l’informazione tattile.

Strategie che possono rivelarsi utili sono:

  • Usare un contatto fermo e deciso quando si tocca il bambino. Non usare mail un tocco leggero. Colpetti sulla testa, sulle spalle o sulla schiena non sono utili in un bambino con Difesa Tattile
  • Pressione ferma e decisa sulla testa o su entrambe le spalle sono calmanti per questi bambini, così come abbracci molto avvolgenti. Assicuratevi, però, che il bambino si aspetti il contatto; mai prenderlo di sorpresa
  • Evitare di toccare o di avvicinarvi al bambino alle spalle. Assicuratevi che il bambino vi veda
  • Fare in modo che il bambino sia il primo o l’ultimo della fila. Questo minimizzerà l’eventuale contatto con  i suoi compagni
  • Ridurre il più possibile il tempo che il bambino deve trascorrere in piedi e in fila
  • Permettere al bambino di indossare in casa un maglione o un giubbotto se può aiutarlo a sentirsi più sicuro e rilassato
  • A casa fare in modo che il bambino abbia spazio e non sieda troppo vicino ai suoi fratelli/sorelle
  • Incoraggiare il bambino a spazzolare il proprio corpo usando una spugna naturale durante il bagno
  • Creare un angolo tranquillo dove il bambino può rifugiarsi quando diventa troppo “sensibile”
  • Prestare attenzione a quale tipo di abbigliamento, di tessuto, di materiali da gioco, o di situazioni sociali (ad es. camminare in un centro commerciale affollato) sembrano scatenare reazioni negative da parte del bambino. Cercare, quindi,  di evitare situazioni irritanti
  • Favorire attività di “lavoro pesante” come portare la spesa o i panni da lavare, farsi aiutare nei lavori di casa, indossare uno zaino pesante, giochi in cui si spinge e si tira, salti , perchè sono tutte attività che tendono a calmare e “organizzare”  la sensibilità tattile
  • Cercare di introdurre gradualmente diverse esperienze tattili nel gioco, nell’alimentazione, nel momento del bagno, ecc. E’ più facile che il bambino inizi a giocare da solo piuttosto che subire nuove stimolazioni, avvertite come minacciose che gli vengono imposte. Quindi mai forzarlo

Esistono poi numerose attività tattili specifiche che il bambino potrà fare con l’aiuto di un terapista esperto, poiché, naturalmente, è importante che un bambino con una sospetta Difesa Tattile sia valutato opportunamente da uno specialista per la diagnosi e il trattamento.

 

 

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