La Difesa Sensoriale (parte 1): la difesa tattile

Autore: dott.ssa Erika Certosino

Revisione per DIRimè Italia: dott.ssa Giulia Campatelli

7 settembre 2017

DIRimè Italia ringrazia la collaborazione con Centro Evoluzione Bambino per l’articolo ad accesso gratuito. 

La Difesa Sensoriale 

La Difesa Sensoriale è un Disturbo della Modulazione Sensoriale che si manifesta con una “fight or flight” reaction (una reazione di “lotta o fuga”) a stimoli che la maggior parte delle persone non percepiscono come negativi o nocivi. I bambini con difesa sensoriale rispondono esageratamente a input sensoriali e reagiscono manifestando emozioni e comportamenti negativi. Questi bambini possono presentare un’inefficiente processazione di stimoli uditivi, olfattivi, visivi, vestibolari e tattili.

La Difesa Sensoriale è indicativa di una bassa soglia neurologica, per cui basta poco al cervello per rispondere alle informazioni sensoriali. Si ritiene che essa sia frequentemente associata ad una scarsa processazione a livello del sistema limbico o della formazione reticolare. Se il cervello non riesce quindi a inibire gli input  provenienti dai vari sistemi sensoriali, questi stimoli procureranno disagio al bambino e causeranno reazioni dirompenti.

In che modo la difesa sensoriale influenza il bambino? 

La Difesa Sensoriale impatta il funzionamento del bambino a casa, scuola e in tutte le circostanze sociali. Bambini con questa condizione possono evitare, allontanarsi o anche reagire aggressivamente di fronte a stimoli che percepiscono come negativi. Questi modelli di comportamento possono limitare le opportunità di esplorare l’ambiente, interagire con i coetanei o comunicare i loro bisogni agli altri.

Esempi di Difesa Sensoriale sono:

Difesa uditiva: reazioni di paura scatenate dal rumore, come ad es. coprirsi le orecchie in presenza di rumori forti (aspirafoglie, treno, aspirapolvere, ecc.)
Difesa visiva: ipersensibilità alla luce o evitamento della fissazione dello sguardo
Difesa olfattiva: disagio nei confronti di alcuni odori che ad altri non procurano fastidio
Difesa vestibolare:  comprende l’Avversione al Movimento e l’ Insicurezza gravitazionale (vedi l’articolo sulla Difesa Vestibolare)
Difesa tattile: caratterizzata da ipersensibilità nei confronti stimoli tattili

La Difesa Tattile 

Il sistema tattile riceve e trasmette le informazioni provenienti dai recettori sensoriali situati nella nostra pelle. E’ attraverso il sistema tattile che riceviamo informazioni sul mondo che ci circonda quando lasciamo l’ambiente uterino. L’abilità di processare le informazioni tattili ci permette di sentirci sicuri e di formare legami con coloro che amiamo; contribuisce quindi al nostro sviluppo sociale ed emotivo.

Un ruolo importante del nostro sistema tattile è quello di svolgere una funzione protettiva che ci allerta quando qualcosa è spiacevole o pericoloso. Per alcuni bambini, questa funzione non viene svolta in modo tipico: possono infatti percepire la maggior parte delle sensazioni tattili  come spiacevoli o minacciose e reagire con una risposta di “lotta o fuga”, retaggio ancestrale dell’evoluzione del cervello umano, necessario per sopravvivere in natura. Migliaia di anni di civilizzazione non hanno cambiato le strutture nervose di base evolute in milioni di anni; tuttavia, l’evoluzione del cervello umano ha determinato la comparsa di meccanismi che  inibiscono la reazione di aggressività o di fuga, favorendo invece altri processi.

Cos’è la Difesa Tattile? 

Il termine Difesa Tattile si riferisce a un pattern di risposte comportamentali ed emotive che sono avverse, negative e sproporzionate ad alcuni tipi di stimoli tattili percepiti invece in modo neutro dalla maggior parte delle persone (Royeen& Lane, 1991). I bambini affetti possono reagire piagnucolando, attaccando (fight) o scappando (flight) (Trott, 1993). Questo disturbo è stato identificato dalla dott.ssa Jean Ayres intorno al 1960.

Il disordine neurologico che causa la difesa tattile nel bambino non necessariamente influisce sull’apprendimento. Ad interferire sono spesso, invece, il disagio e le reazioni comportamentali causate da questo disturbo; spesso infatti il bambino è emotivamente insicuro (Ayres, 1979).

Possibili cause della difesa tattile 

Nel corso degli anni sono state proposte diverse teorie per spiegare questo disturbo di  modulazione sensoriale: tutte hanno alla base un’alterazione dei meccanismi di inibizione che si esplicano a vari livelli nelle nostre funzioni cerebrali. L’input non solo non è modulato in modo appropriato ma fallisce anche nel generare una risposta comportamentale adattiva. Infatti la Difesa Tattile è un problema in gran parte a causa dei comportamenti inappropriati  cui si accompagna. Tra le varie teorie:

  • Ayres (1964) propose che la Difesa Tattile fosse il risultato di uno squilibrio tra due sistemi somato-sensoriali (il sistema protettivo e il  sistema discriminativo) che si verificherebbe a causa della mancanza di una sufficiente inibizione, per cui il sistema protettivo predominerebbe sul sistema discriminativo. Ayres ipotizzò anche che l’ansia fosse sia una causa che l’effetto di questa mancata inibizione
  • Larson (1982) suggerì uno squilibrio nei meccanismi discendenti dalle aree cerebrali superiori che determinerebbe troppa o troppo poca inibizione
  • Fisher e Dunn (1983) ipotizzarono che la mancata inibizione fosse dovuta a un’inadeguata modulazione degli input tattili da parte delle strutture superiori del sistema nervoso centrale. Per questo, sostenevano un intervento terapeutico mirato a ridurre l’arousal (lo stato di attivazione e reattività del sistema nervoso) che includesse lo stimolo tattile pressorio profondo, la propriocezione e la stimolazione vestibolare lineare

Le manifestazioni comportamentali di difesa tattile 

I bambini con Difesa Tattile sono solitamente iperattivi e distraibili, rispondono esageratamente a stimoli tattili a cui la maggior parte delle persone non darebbe importanza, o dai quali non sarebbe comunque infastidita. Tuttavia, possono essere coinvolti in alcune attività tattili se esse sono sotto il loro controllo. Le caratteristiche che si riscontrano più frequentemente sono le seguenti:

Reazioni di eccitamento alla stimolazione tattile 

  • Evitamento di alcuni tipi di tessuti (ad es. ruvidi), o vestiti (a causa delle etichette interne ad es.) o al contrario, preferenza per altri( ad es. materiali soffici o maglie con le maniche lunghe)
  • Evitamento del contatto con altri bambini, ad es. preferiscono stare alla fine della fila così da non essere toccati
  • Evitamento nei confronti di diversi cibi poichè il bambino può essere sensibile alla loro struttura in bocca
  • Evitamento di interazioni che implicano il contatto, incluso quello con il viso (ad es. allontana il viso dall’asciugamano… la pelle del viso è ricca di recettori tattili)
  • Evitamento di attività di gioco che implicano il contatto corporeo, spesso infatti mostrano la tendenza a preferire i giochi solitari
  • Evitamento del camminare a piedi nudi, specialmente sulla sabbia o sull’erba (questo può manifestarsi anche con la “camminata in punta di piedi”)
  • Evitamento di ambienti troppo affollati, preferendo stare sotto il tavolo, dietro il divano o sotto le scale

Le risposte aggressive a stimoli tattili non dolorosi 

  • Disagio quando vengono presi in braccio, abbracciati o cullati, ad es. cercano di divincolarsi
  • Avversione nei confronti di alcuni compiti quotidiani, ad es. fare la doccia o il bagno, farsi tagliare le unghie o i capelli o farsi lavare il viso (il sistema tattile della testa e del viso è anatomicamente differente da quello del resto del corpo e la difesa tattile della testa è solitamente più intensa di quella del resto del corpo)
  • Avversione nei confronti di attività come il cambio del pannolino o dei vestiti, la pulizia del naso o del viso
  • Avversione nei confronti delle cure dentarie o del lavaggio dei denti
  • Grosso disagio nell’ essere avvicinati alle spalle
  • Avversione nei confronti di alcuni materiali, quali colori a dita, sabbia, pasta modellabile ecc..

Le risposte emotive atipiche alla stimolazione tattile 

  • Risposte aggressive al tocco leggero a livello di braccia, viso o gambe (perchè gli stimoli sensoriali dovuti a un tocco veloce e leggero tendono a sollecitare il sistema nervoso più delle sensazioni che provengono da una pressione ferma e decisa)
  • Stress e ansia scatenati dalla vicinanza fisica ad altre persone, ad es. durante l’assemblea o durante l’ora della mensa ecc…
  • Rifiuto di partecipare ad alcune attività sociali, come andare ad una festa o al supermercato
  • Rifiuto, allontanamento o reazioni negative al contatto che si verifica nel contesto di una relazione intima. Spesso preferiscono toccare piuttosto che essere toccati

Le strategie per aiutare un bambino con difesa tattile 

Le terapie che mirano a ridurre la difesa tattile tentano gradualmente di elicitare reazioni meno intense e più positive alla stimolazione tattile. L’obiettivo è quello di correggere il modo in cui il sistema nervoso registra e interpreta l’informazione tattile.

Strategie che possono rivelarsi utili sono:

  • Usare un contatto fermo e deciso quando si tocca il bambino. Non usare mail un tocco leggero. Colpetti sulla testa, sulle spalle o sulla schiena non sono utili in un bambino con Difesa Tattile
  • Pressione ferma e decisa sulla testa o su entrambe le spalle sono calmanti per questi bambini, così come abbracci molto avvolgenti. Assicuratevi, però, che il bambino si aspetti il contatto; mai prenderlo di sorpresa
  • Evitare di toccare o di avvicinarvi al bambino alle spalle. Assicuratevi che il bambino vi veda
  • Fare in modo che il bambino sia il primo o l’ultimo della fila. Questo minimizzerà l’eventuale contatto con  i suoi compagni
  • Ridurre il più possibile il tempo che il bambino deve trascorrere in piedi e in fila
  • Permettere al bambino di indossare in casa un maglione o un giubbotto se può aiutarlo a sentirsi più sicuro e rilassato
  • A casa fare in modo che il bambino abbia spazio e non sieda troppo vicino ai suoi fratelli/sorelle
  • Incoraggiare il bambino a spazzolare il proprio corpo usando una spugna naturale durante il bagno
  • Creare un angolo tranquillo dove il bambino può rifugiarsi quando diventa troppo “sensibile”
  • Prestare attenzione a quale tipo di abbigliamento, di tessuto, di materiali da gioco, o di situazioni sociali (ad es. camminare in un centro commerciale affollato) sembrano scatenare reazioni negative da parte del bambino. Cercare, quindi,  di evitare situazioni irritanti
  • Favorire attività di “lavoro pesante” come portare la spesa o i panni da lavare, farsi aiutare nei lavori di casa, indossare uno zaino pesante, giochi in cui si spinge e si tira, salti , perchè sono tutte attività che tendono a calmare e “organizzare”  la sensibilità tattile
  • Cercare di introdurre gradualmente diverse esperienze tattili nel gioco, nell’alimentazione, nel momento del bagno, ecc. E’ più facile che il bambino inizi a giocare da solo piuttosto che subire nuove stimolazioni, avvertite come minacciose che gli vengono imposte. Quindi mai forzarlo

Esistono poi numerose attività tattili specifiche che il bambino potrà fare con l’aiuto di un terapista esperto, poiché, naturalmente, è importante che un bambino con una sospetta Difesa Tattile sia valutato opportunamente da uno specialista per la diagnosi e il trattamento.

 

 

Riconoscere e trattare i segnali precoci dell’autismo: applicare la teoria e la ricerca (Parte 2)

Autore: Barbara Kalmanson, psicologa psicoterapeuta, Fondatore di KidsAttuned, Membro onorario di ICDL Institute, commissione Zero-To-Three e DIRimè Italia.

Traduzione e cura dell’edizione italiana: Giulia Campatelli, psicologa psicoterapeuta, Socio Fondatore di DIRimè Italia (DIR204 DIRFloortime Expert Provider & Training Leader)

DIRimè Italia ringrazia la collaborazione con KidsAttuned per l’articolo e i video. Leggi l’articolo originale qui.

Riconoscere e Trattare i segni precoci dell'autismo. DIRFloortime DIRimèItalia KidsAttuned

Riconoscere e Trattare i segni precoci dell’autismo. DIRFloortime DIRimèItalia KidsAttuned

Cosa può dirci la ricerca sull’interazione del bambino sui segni precoci dell’autismo 

La ricerca contemporanea sull’autismo, sullo sviluppo e sull’interazione genitore-bambino fornisce indicazioni sulla direzione in cui cercare per individuare le prime sfide alla relazione e i segni precoci di autismo.

La ricerca sull’autismo

Nel campo dell’autismo, i ricercatori hanno iniziato a riconoscere l’importanza della raccolta di elementi dell’interazione sociale per sviluppare interventi efficaci nei bambini piccoli con autismo. La maggior parte della ricerca si è focalizzata sull’attenzione condivisa e l’imitazione nei bambini di due anni di età (Screibman et al. 2015); i modelli teorici hanno suggerito che i rischi intrinseci o le vulnerabilità di un bambino possano essere amplificati dai fallimenti nei pattern di interazione genitore-bambino nei primi mesi di vita e sottolineano le implicazioni positive per l’intervento che derivano da questa visione dinamica dello sviluppo (Dawson, 2008; Wallace and Rogers, 2010; Elsabbagh and Johnson, 2010; Green et al. 2013). In letteratura quindi, la reciprocità, l’attenzione condivisa e il coinvolgimento sociale sono stati identificati come marker importanti dell’interazione sociale precoce e della comunicazione e dipendenti a loro volta da fattori di supporto dell’ambiente sociale (NICHD, 2000; Murray et al. 1996; Kasari et al.2010). 

L’attenta risposta genitoriale è stata identificata come un importante elemento di supporto allo sviluppo futuro delle capacità del bambino di attenzione condivisa e comunicazione. La responsività genitoriale è definita come la capacità dell’adulto di seguire sia il focus attentivo che il bambino spontaneamente propone sia i contenuti da lui spontaneamente offerti (McCathren et al 1995; Harris et al 1996). Ciò può essere cruciale nei bambini le cui disabilità dello sviluppo causano difficoltà nello spostamento del focus attentivo su richiesta o nella regolazione di diversi punti di attenzione allo stesso tempo (Legerstee et al. 2002; Yoder and Warren 2004; Walden et al. 1997). Ad ogni modo sono proprio questi bambini difficili da raggiungere a aumentare la direttività nei genitori, riducendone l’attenzione verso i segnali del bambino stesso, l’affettività e la vitalità. Misurando queste caratteristiche dell’interazione con bambini di 8 mesi di età ad alto rischio di autismo, esse hanno mostrato di predire la riduzione della reciprocità diadica e il peggioramento dell’attenzione e dell’affettività positiva che il bambino mostrerà a 12 mesi di età; inoltre, si sono mostrate predittive anche dell’outcome diagnostico di autismo a 3 anni di età (Wan et al 2012 a, b).

Queste evidenze sono coerenti con uno studio retrospettivo sui filmati familiari, suggerendo che questi specifici comportamenti direttivi dell’adulto (comportamenti di prolungata stimolazione, aumento del ricorso al tocco per richiamare l’attenzione) differenziavano i genitori di bambini più tardi diagnosticati con autismo dai genitori di bambini a sviluppo tipico o con disabilità intellettive (Saint-Georges et al. 2011). Gli interventi che supportano l’iniziativa del bambino, l’esplorazione e il coinvolgimento continuo con l’ambiente sociale e fisico portano a un maggiore apprendimento a lungo termine; i comportamenti di iniziativa, inoltre, devono essere identificati come obiettivi dell’intervento e misurati durante la valutazione della risposta al trattamento da parte del bambino (Rogers and Vismara, 2008). Secondo Schreibman et al. (2015), c’è accordo nella ricerca sull’autismo sulla necessità di interventi naturalistici.

Torniamo alla ricerca sullo sviluppo per approfondire l’ipotesi che l’iniziativa del bambino, la sua attenzione e la sua modulazione affettiva nella relazione siano le variabili a cui prestare attenzione nella ricerca per formulare interventi precoci più efficaci. Dove nascono l’iniziativa, l’attenzione, la vitalità affettiva e la capacità di segnalazione? Esaminando i dati di ricerca sulla sincronia interattiva nella diade bambino-genitore, è possibile osservare come questi aspetti dello sviluppo emergano dalla nascita in un contesto di interazione affettiva ben modulata e di co-regolazione, sviluppandosi nel tempo per dotare in seguito il bambino delle capacità di iniziativa, auto-regolazione e del senso del Sé come agente. 

Le capacità precoci del primo nel primo anno di vita

Lo sviluppo della regolazione dello sguardo

Contrariamente alle passate concezioni che vedevano il bambino nel primo anno di vita indifferenziato o fuso alla madre, la ricerca evolutiva moderna rivela l’emergenza precoce di un funzionamento autonomo e ben differenziato. Tra i 3 e 5 mesi di età, il bambino prende l’iniziativa sull’apertura e la chiusura di momenti di coinvolgimento visivo diretto nelle attività sociali (Stern, 1971; Beebe and Stern, 1977). Nonostante il bambino non sia ancora capace di camminare o parlare, e spesso nemmeno ancora di star seduto, il controllo sullo sguardo è un sistema sensoriale già maturo e una forma potente di comunicazione sociale. Il bambino condivide con il genitore quasi lo stesso livello di padronanza della regolazione di questo comportamento sociale. Il bambino inizia, chiude, sostiene o evita il contatto sociale attraverso la co-regolazione dello sguardo. Il contatto oculare, e ancora più l’evitamento visivo, è forse il sintomo più frequentemente notato nei bambini con autismo. Possiamo immaginare come un bambino di 3 mesi di età ricorra a questo precoce controllo sullo sguardo con finalità di auto protezione da una sovra-stimolazione sensoriale, inviando un segnale al genitore di ritiro o deviazione dello sguardo. L’osservazione dell’interazione faccia a faccia in questi primi mesi può aiutare a ridurre la routine di pattern di evitamento che può cristallizzarsi nel sistema diadico di interazione. 

Regolazione reciproca 

La ricerca sull’emergere della co-regolazione e della condivisione dell’esperienza tra genitori e bambini, fornisce informazioni necessarie per una visione più interpersonale dei segni precoci di autismo. Brazelton (Brazelton, Koslowski and Main, 1974) descrive un ciclo narrativo tra il neonato e il genitore che include una sequenza di fasi quali l’iniziativa reciproca, l’orientamento alla voce, l’accelerazione dell’intensità espressiva, il picco di eccitamento e la successiva decelerazione. Trevarthen (2005) descrive un ciclo interattivo che inizia con l’attenzione reciproca per poi rapidamente sostarsi verso l’anticipazione, il cambiamento nell’attivazione emozionale e nelle espressioni reciproche di piacere. Perché avvenga questa anticipazione, è necessaria una regolazione reciproca dell’arousal attraverso la comunicazione di stati emozionali. Le emozioni sono il tramite attraverso cui viene regolato l’arousal psicofisiologico e creano modelli interni delle nostre aspettative sul comportamento dell’altro nell’interazione. Nel tempo, attraverso questo sistema di interazioni, il bambino sviluppa un’anticipazione di come lo scambio procederà arricchendosi man mano della percezione di “io che interagisco con te” e, gradualmente, di momenti di anticipazione generalizzata delle aspettative sul comportamento di altri interlocutori in altre interazioni della sua vita quotidiana. 

Sintonizzazione affettiva 

Esiste una coreografia tra il neonato e il genitore caratterizzata da ritmicità e reciprocità nei momenti di condivisione. Stern (2010) descrive gli elementi non verbali dinamici di interazione che riuniscono il bambino e il genitore che creano momenti di incontro grazie a stati interni corrispondenti. Elementi temporali come il flusso dell’interazione, il ritmo, la decelerazione o l’accelerazione del tono vocale o dei gesti, sono tutte prime forme di comunicazione. Attraverso la sintonizzazione affettiva (Stern, 1985), ovvero un sistema di gesti sensoriali-motori-affettivi (e quindi cros-modali) compiuti dal genitore che corrispondono all’affettività del bambino, il genitore mostra al bambino di comprenderne le percezioni. La realizzazione simultanea dell’esperienza condivisa unisce il bambino e il genitore in una relazione mutualmente gratificante. Esiste quindi un’importate differenza tra l’imitazione diretta del comportamento del bambino da parte dal genitore e la sintonizzazione affettiva. Rogers e colleghi hanno condotto uno studio pilota sugli interventi precoci nell’autismo focalizzati sul parent training in bambini di 7 mesi (Rogers, et al 2014.) in  cui ai genitori fu richiesto di imitare i suoni e le azioni dei propri bambini; diversamente, la sintonizzazione affettiva crea invece una connessione più intima attraverso la condivisione di stati affettivi: il genitore quindi non mostra al bambino l’azione che egli ha appena compiuto, piuttosto, permette che il bambino capisca che il genitore sente il suo stesso stato affettivo durante l’azione in questione. 

La differenza tra la sintonizzazione e l’imitazione 

Nel video seguente, è possibile vedere la differenza negli esiti terapeutici tra l’imitazione diretta e la sintonizzazione affettiva. È possibile notare le variazioni di connessione affettiva tra padre e figlio nei momenti in cui il genitore imita semplicemente il pattern motorio del bambino e i momenti in cui invece si sintonizza affettivamente sulla sua esperienza emotiva. Attraverso la sintonizzazione, genitore e bambino finalmente si incontrano con lo sguardo e condividono espressioni facciali intense che forniscono all’osservatore un chiaro indice dell’esperienza interpersonale in corso. 

guarda il video Sintonizzazione

Creare momenti di sintonizzazione in un sistema ipersensibile  

Il fallimento del genitore e del bambino nel trovarsi insieme in un’esperienza condivisa, crea un sistemo dinamico diverso, caratterizzato maggiormente dal ritiro fisico, dalla chiusura sensoriale attraverso lo sguardo, da risposte di attacco o fuga nel sistema motorio e dalla mancata coordinazione del ritmo nell’attività vocale e motoria. 

Trovarsi, insieme 

L’esempio seguente illustra il processo della regolazione reciproca che avviene tra una bambina di 10 mesi e sua madre, dopo una sessione in cui il genitore ha confessato di vedere sua figlia Mary serena soltanto quando da sola. Tra le lacrime, la madre si è lamentata di come il desiderio di ogni genitore sia vedere felice il proprio figlio; la terapista la rassicura quindi su quanto la felicità di un bambino si avveri se include i suoi genitori e le spiega il lavoro terapeutico da affrontare perché questo obiettivo sia raggiungibile. L‘estratto seguente, durante una sessione di terapia qualche settimana dopo, descrive il processo di supporto a Mary e sua madre per trovare un momento di incontro.  

Mary è seduta sul tappeto, vicino alla mamma e alla terapista, tenendo un lenzuolino. Nelle prime sessioni, abbiamo osservato come Mary risponda più facilmente all’iniziativa della mamma di condivisione dello sguardo quando è seduta a circa un metro di distanza dal genitore piuttosto che in braccio o vedendolo apparire da vicino nel campo visivo. La risposta di arousal eccessiva di Mary durante il contatto fisico troppo diretto, o proveniente da più fonti contemporaneamente, e il suo conseguente ritiro, sono di difficile comprensione se pensiamo al piacere che mostra un bambino a sviluppo tipico quando tenuto in braccio e guardato da vicino. La presenza della terapista frena l’ansia e la paura della mamma che Mary possa distogliere lo sguardo e ritirarsi, mostrandosi più felice da sola. Come la mamma ha imparato dalle sessioni precedenti, occorre che lei si muova più lentamente per invitare Mary a un contatto più ravvicinato. Inoltre, può muoversi o parlare, non entrambe le cose allo stesso momento, per offrire soltanto una fonte di stimolazione sensoriale in ingresso per volta, in una sequenza temporale che rispetti i tempi di processazione di Mary. Avvicinandosi a Mary poco alla volta, Mamma è capace di sostenere il piacere reciproco nel guardarsi direttamente. Mamma raccoglie il lenzuolino che Mary ha lasciato cadere mettendoselo davanti al viso; inizia così il gioco del cucù e Mary si illumina e ridacchia piacevolmente quando la mamma riappare. La terapista guida gradualmente la mamma a mantenere l’interazione lenta, ripetendo la sequenza di cucù e offrendo a Mary il tempo necessario per adattarsi al gioco, per poi avvicinarsi gradualmente di più alla bambina. Alla fine, il genitore è difronte alla bambina, con il lenzuolino davanti al viso; il ritmo ben modulato del gioco permette a Mary di mantenersi sempre coinvolta e di attivare man mano il suo sistema motorio per prendere l’iniziativa e espandere l’interazione. Mary raggiunge il lenzuolino e lo tira via dal viso della mamma con un grande sorriso, rivelando la sua organizzazione come Sé agente e la sua capacità di iniziativa, reciprocità e co-costruzione dell’esperienza condivisa. 

La madre di Mary è piena di gioia per l’attenzione condivisa continua di sua figlia e risponde con un piacere ben modulato all’iniziativa della bambina. Questo scambio è una nuova esperienza per entrambe. Mary non è un destinatario passivo e neanche un interlocutore evitante verso gli inviti della mamma e la connessione emotiva con lei. La capacità di sua madre di sostenerla e di incontrarla al giusto ritmo e con il giusto approccio in termini di spazio e intensità affettiva, la rende capace di diventare un co-creatore della propria esperienza, mobilizzando il proprio sistema motorio e la propria risposta affettiva positiva. 

Intersoggettività 

La concettualizzazione di Trevarthen (1998) sullo sviluppo dell’intersoggettività si basa sulla sincronizzazione dei movimenti e delle vocalizzazioni tra il bambino e il genitore. Condon e Sander (1974) hanno dimostrato per primi come il movimento del bambino sia coordinato al suono della voce del genitore. I picchi più alti del tono di voce della madre quando dice “bel bambino” (“pretty baby” in lingua originale, ndr) seguono il crescendo dei movimenti dei piedi del bambino che pedalano nell’aria. Quando la madre dà il ritmo con le proprie vocalizzazioni, le braccia del bambino ruotano velocemente nell’aria alla stessa velocità. Allo stesso modo, episodi di sequenze spontanee di movimenti delle mani di bambini di 6 mesi di età creano proto-conversazioni che comunicano cambiamenti nello stato di vitalità (Malloch and Trevarthen 2008). Questa ricerca offre uno sguardo sulle modalità in cui la registrazione di input sensoriali è elaborata dal bambino attraverso processazioni percettive e espressa attraverso la sintonizzazione con il genitore. 

L’attività sensori-motoria di bambino e genitore assume via via significati affettivi man mano che la sincronizzazione di suono e azione diviene l’esperienza di momenti di connessione e intimità, o l’esperienza di fallimenti temporanei che necessitano correzioni, o ancora, l’esperienza di delusioni e disagi che necessitano di meccanismi auto-protettivi con evitamento e ritiro. I ritmi dell’interazione diventano quindi doppiamente codificati attraverso l’esperienza sensori-motoria e affettiva. 

La voce sincronizzata al movimento 

Nel prossimo video, è possibile vedere la ricerca di Condon e Sander (1974) che mostra la sintonizzazione cross-modale tra madre e neonato attraverso la capacità del bambino di sincronizzare la pedalata di gambe e braccia alla prosodia della voce del genitore. 

Si consiglia la visione del video in tempo reale, innanzitutto, e successivamente in slow motion per enfatizzare la sincronia di suono e movimento. Occorre tenere a mente che questa comunicazione non verbale così precoce tra genitore e bambino è così automatica e inconscia da poter esser facilmente notata soltanto quando alterata e, anche in quella circostanza, con una sensazione generica e non descrivibile da parte del genitore. 

guarda il video Bicicletta di braccia e gambe

Evitamento e Sincronia 

In questo video è possibile osservare quanto sia difficile per il padre trovare il giusto ritmo e la giusta intensità per la voce e il movimento e, al tempo stesso, creare le pause necessarie per andare incontro alle capacità di coinvolgimento e risposta attentiva del suo bambino di 8 mesi. Inizialmente, il padre non riesce a trovare il tono e il volume della voce ideali per catturare l’attenzione del bambino. Finalmente, ricorre alla modulazione della propria voce in accordo con i movimenti del bambino con la palla e, rispecchiandone il movimento con la testa e il ritmo vocale, crea la sintonizzazione affettiva nell’interazione. Il bambino diviene così un partner dell’esperienza condivisa e quando si ritira e distoglie lo sguardo per mantenersi regolato, il padre cambia il proprio tono per offrire novità nello scambio ma mantenendo al tempo stesso la giusta modulazione e intensità che riporta il bambino alla connessione. 

guarda il video Evitamento e Sincronia

 

La relazione è centrale per lo sviluppo 

Recenti lavori di psicoanalisi e psicologia dello sviluppo hanno sollevato un grande interesse nelle dinamiche preverbali dei sistemi interpersonali. Clinici e ricercatori hanno investigato le origini della connessione interpersonale sia per approfondire la conoscenza sulle modalità con cui la relazione diventa il fulcro dello sviluppo del bambino, sia per migliorare la comprensione del processo terapeutico. I lavori del Boston Change Process Study Group (BCPSG) (2002, 2010), di Stern (1985, 2010), di Trevarthen (1998, 2009), Tronick (2007), e di Beebe & Lachmann (1988, 2002) sono esempi di indagini sulle modalità con cui impariamo a interagire con gli altri molto tempo prima di imparare a camminare o parlare. Questo corpo di ricerca si focalizza sul percorso evolutivo che seguiamo per comprendere e rispondere all’esperienza soggettiva di un’altra persona. Beebe e Lachmann (2014) si riferiscono ai processi interattivi momento-per-momento, ovvero a processi rapidi, sfumati e co-creati sia dal bambino che dal genitore generalmente in modo non cosciente. Questi processi hanno profondi effetti sulle dinamiche di comunicazione, sul clima affettivo della relazione e sull’organizzazione dei diversi modi di interagire con l’altro. 

Il lavoro di Meltzoff & Gopnik (1993) si concentra sull’imitazione e si avvicina al mondo del bambino attraverso l’indagine sulla forma dell’interazione e i suoi obiettivi. Il lavoro di Trevarthen (1998) si focalizza invece sulla sincronia e ricorre al timing e agli aspetti temporali dell’interazione per esplorare le origini dell’intersoggettività. Stern (1985) e Beebe (2005) investigano la corrispondenza tra tempo e intensità e la sincronia cross-modale che viene denominata da Stern “sintonizzazione affettiva”. 

Attraverso queste indagini, la ricerca si è avvicinata alla questione di quali elementi interattivi racchiudano la sensibilità genitoriale e quale sia il ruolo del bambino. Le psicoterapie bambino-genitore con bambini molto piccoli che mostrano sintomi di autismo (come la scarsa capacità di interagire con l’altro) offrono al terapista l’opportunità unica di investigare il contributo del bambino nel sistema diadico di co-regolazione che emerge attraverso la relazione precoce con il genitore.  

Ad esempio, potremmo riflettere se il bambino che registra input multi-sensoriali in modo iper-reattivo, o ipo-reattivo, potrebbe avere un ruolo potente sulla responsività innata del proprio genitore. Cosa succede a una madre quando attende troppo a lungo, oltre le proprie aspettative interattive, che il proprio bambino risponda al suo sguardo dopo essersi ritirato per ritrovare l’autoregolazione? Potrebbe sentirsi confusa e ritirarsi dall’interazione, persino attraverso lievi atti comunicativi nella sua espressione facciale o nella tensione del proprio corpo, segnalando al bambino di non essere più in interazione con lui. Osservando le disarmonie reciproche nelle dinamiche interattive precoci, i terapisti hanno l’opportunità di applicare i dati di ricerca al processo terapeutico individuando strategie per creare la connessione tra genitore e bambino attraverso l’esperienza dinamica creata dall’affettività, il ritmo, il movimento, il suono, le sequenze temporali, l’uso dello spazio, l’intensità e l’intenzionalità. Prestando attenzione a tutti questi elementi dell’esperienza dinamica allo stesso tempo, il terapista può cogliere eventuali costrizioni nelle capacità del bambino di mostrare piacere sostenuto nell’interazione o, diversamente, scarsa consapevolezza del genitore delle modalità migliori per elicitare l’affettività positiva e l’attenzione del proprio bambino comprendendone il profilo sensori-motorio unico e non sentendosene quindi spaventato o disorientato. Partecipando all’esperienza dinamica che il bambino ha innanzitutto con il genitore, il terapista può supportare l’intimità reciproca nell’interazione diadica e fornire una guida allo sviluppo affettivo della coppia piuttosto che istruire il genitore mediante manovre da svolgere “sul” bambino. 

Ecco un esempio:  

Un bambino di 11 mesi di età sta fermo gattoni a circa un metro e mezzo da sua madre. Guarda in alto e coglie la sua espressione invitante con gli occhi ben aperti, un ampio sorriso, le braccia aperte mentre lo chiama dolcemente per nome. Leggendo correttamente i segnali affettivi della madre, l’espressione mimica del bambino si illumina mentre gattona verso di lei. La madre è felice di vederlo avvicinarsi e lo mostra aumentando i picchi acuti del proprio tono di voce e nei suoi movimenti che ora vanno verso il bambino con un ritmo più veloce di quello con cui si muove lui. Il bambino si ferma, lasciandosi cadere sul pavimento e la sua espressione facciale si trasforma dal piacere alla paura. La madre sembra confusa; il suo sguardo si posa sul perimetro della stanza e il suo corpo di irrigidisce. Vedendo il bambino sopraffatto dalla stimolazione e dalla mancata sintonizzazione e non in grado da solo di ritornare a uno stato di regolazione, la madre si ritira; si siede e rivolge l’attenzione verso un oggetto nella stanza, lasciando il bambino da solo nella difficile gestione di un’esperienza interna di paralisi e paura.  

Se moltiplichiamo questa singola esperienza per il numero delle opportunità di mancate sintonizzazioni simili a questa che possono avvenire durante il giorno, senza che avvengano strategie di riparazione, possiamo immaginare come la vulnerabilità di questa diade crei una stasi disfunzionale.

Nell’esempio precedente, il genitore si sente non voluto, se non addirittura rifiutato dalla risposta inattesa del bambino e diviene auto-protettivo e ritirato. La maggior parte dei bambini continuerebbe a rispondere positivamente all’aumentata intensità della risposta genitoriale. Perché quindi questo bambino mostrerebbe una paralisi dopo un invito così intenso? Sembra mostrare una capacità di modulazione dell’arousal molto limitata e la più piccola fonte inattesa di stimolazione affettiva o motoria, viola le sue aspettative sulla ritmicità di suono e movimento. Nel tentativo di auto-regolarsi, si ritira e distoglie l’attenzione da qualsiasi altro stimolo aggiuntivo facilitando così il rallentamento del battito cardiaco e la riduzione dell’attivazione fisiologica. Questo meccanismo dei neonati di ritiro come tentativo di autoregolazione (come ad esempio il ritiro da suoni estranei per addormentarsi), di per sé adattivo, può diventare una risposta disfunzionale più tardi nello sviluppo soprattutto se il bambino è sopraffatto da ciò che solitamente consideriamo un intervallo comune di input sensoriali e motori. 

Nell’identificazione della traiettoria di elementi che porteranno più tardi alla diagnosi di autismo, due sono i fattori degni di nota. Il primo riguarda il comportamento di auto-protezione del bambino che tiene lontani gli stimoli eccessivi dal suo fragile sistema nervoso. Il secondo riguarda la frequente mancata consapevolezza genitoriale del primo fattore: solitamente, infatti, il genitore si sente emozionalmente rifiutato e confuso e si ritira dal contatto proprio nel momento in cui il bambino ha maggiore bisogno della co-regolazione genitoriale. La tentazione per l’intervento in una situazione simile, da parte del genitore o del terapista, può vedere il ricorso a strategie che vedono la stimolazione ancora più ampia, accelerata, intensa o che prevede l’uso di oggetti esterni per distrarre il bambino dal momento difficile ma che rischiano di sganciarlo dal coinvolgimento interattivo con il genitore. La ricerca sulla sincronia interattiva supporta i terapisti e i genitori nel prestare attenzione a modulare il ritmo e l’intensità di affettività, movimento e suono. Ciò indica che la soluzione ai momenti alterati di coinvolgimento sociale risiede proprio nella coreografia tra il genitore e il bambino. I segnali precoci di autismo e le implicazioni per il trattamento sono meglio compresi se vagliati attraverso l’osservazione del sistema interattivo che si sviluppa tra il genitore e il bambino, piuttosto che dalla sola lettura dei marker comportamentali del bambino. Il comportamento del bambino o la sua reazione può innescare un sistema interattivo che inavvertitamente rinforza quelle dinamiche di chiusura e evitamento che vediamo nei bambini con autismo. 

Il lavoro del terapista nello scenario sopra descritto consiste nel supporto alla comprensione del genitore degli elementi che limitano la risposta del bambino e nella diversa lettura della sensazione genitoriale di rifiuto. Il genitore è quindi aiutato a vedere che gli ostacoli sul cammino sono il sistema di arousal del bambino e la registrazione degli input sensoriali e non i sentimenti negativi verso mamma o papà o la percezione di inadeguatezza genitoriale. Se il terapista offre insight e supporto ai bisogni genitoriali per riconquistare la vitalità emotiva che permette loro di riparare agli intoppi nell’interazione, i genitori ritrovano la connessione empatica con il bambino e il bambino è davvero supportato dalla sintonizzazione con la famiglia e dalla capacità di co-regolazione. Il terapista aiuta quindi il genitore a recuperare il momento di disallineamento adattandosi al ritmo del proprio bambino. La madre è aiutata a modificare il suo uso dello spazio e del corpo e l’intensità della sua affettività rallentando il proprio corpo e abbassando il tono di voce, modificando la postura e tollerando tempi di attesa più lunghi per la ripresa da parte del bambino del movimento gattonamento verso di lei. Una volta che il bambino è di nuovo regolato e fa esperienza dell’invito genitoriale nuovamente al giusto ritmo, può continuare a avvicinarsi al genitore fino a esserne abbracciato, dando a entrambi una rassicurazione sull’esperienza di strategie di recupero che accrescono l’intimità della relazione piuttosto che rinforzare un senso di ritiro da essa. L’intervento, quindi, si rivolge allo stato interno sia al bambino che del genitore e alla fondamentale processazione dell’attivazione del sistema nervoso centrale da cui iniziano le azioni e le percezioni, si sviluppa la cognizione e emergono le emozioni. 

Il bambino e il genitore si incontrano nei loro scambi non verbali in cui i significati sono derivati attraverso il ritmo, il movimento e il suono. La prossima sezione sarà centrata sull’uso dei processi terapeutici nella coppia bambino-genitore e sull’importante ruolo del terapista nel supportare la famiglia aiutando i genitori a dare un senso ai comportamenti apparentemente incomprensibili, sostenendo l’empatia verso il bambino per favore la sincronia e la modulazione interattiva in un sistema altrimenti disfunzionale. 

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